Se si chiede a qualcuno cos’è una fotografia, risponderà in vari modi, tecnicamente e senza incanto. Probabilmente dirà che è un pezzo di carta patinata su cui è fissata un’immagine.
Ma su cosa può davvero rappresentare questo straordinario strumento per “guardare” la memoria, dirà poco o niente.

Foto, dal greco phos, luce. La luce che afferra un frammento di vita e lo stringe a se tenace e caparbia per non lasciarlo catturare dalle grinfie dell’oblio. Una fotografia è la rappresentazione moderna del carpe diem oraziano. Coglie l’attimo e lo svuota del tempo e del divenire per farne strumento di trasporto di suoni, voci, affetti, ambienti, colori.

Chi fotografa sceglie l’attimo da cogliere, vede quello che vuol vedere e tenta di fissare, oltre che un viso, un sorriso, un pianto o un tramonto, anche l’anima che vi si nasconde. Afferra un istante di vita di una o più persone e lo strappa con determinazione al fluire del fiume Lete, il fiume dell’oblio e, a un tempo, ne cristallizza l’umore e ne svela antiche o recenti sofferenze.

Si insinua, l’obiettivo, sotto la maschera che ciascuno porta rassegnato lungo tutto il corso della propria vita e parla da dentro, svelando segreti sepolti sotto maturate ipocrisie e rivelando muti pensieri che non conosceranno mai corrispondenti parole e toni, quelli mutevoli che hanno vita breve e quelli profondi che sono compagni di viaggio imperterriti e spietati a volte di una vita intera.

Vive di vita propria una fotografia, non rispetta le volubili fantasie delle stagioni, non risente dei capricci che l’esperienza insegue, anche se assiste, attonita, al trasfigurarsi insostenibile e insopprimibile del proprio protagonista.
Anche lei ha un suo divenire, ma questo scorrere e morire riguarda aspetti di contorno: carta, colore, inchiostro, ma mai l’attore o gli attori di quel brevissimo film composto di un solo, unico, irripetibile fotogramma.

Il titolo di questo “cortissimo” è anch’esso mutevole e stagionale.
Si rinnova a ogni nuova visione e differisce secondo gli occasionali spettatori.
Anche il naturale corollario di “storia” su cui correva quell’attimo, prima di essere bloccato ed estrapolato, ha risvolti che si rinnovano continuamente e più “quella data” si allontana e più il racconto si infarcisce di addentellati fantasiosi che arricchiscono a dismisura un brandello di vita il più delle volte normale, ordinario, quotidiano.

Una foto presenta sempre il “conto”, l’acquisto di un biglietto ex post, da pagare dopo la visione. Quel costo si paga in termini di rimpianti e di nostalgia, per il tempo andato, per un’età non più vissuta, per un contesto non più ripetibile.
Ma è un costo accettabile e accettato perché comunque permette di ritornare, non con lembi di memoria sempre più labili e sfocati, ma attraverso uno dei nostri sensi più importante, la vista, a momenti altrimenti persi per sempre.

La foto della foto, che il nostro occhio scatta, spinge il pulsante della memoria, scardina il caveau dei nostri ricordi e ci riporta, freschi e attuali, sentimenti, emozioni, affetti, strutturati secondo il DNA esistenziale di quel momento, di quella situazione, di quel vissuto.

E per preziosi secondi usciamo dalle attuali dimensioni, appollaiati su quella elementare macchina del tempo a ritroso che è la fotografia e voliamo affascinati e affascinanti sulle ali di rinvigoriti ricordi, sul tappeto volante della memoria e ci tuffiamo, con stile olimpionico, in quell’attimo lontano e nuotiamo nelle sue acque calde e sicure.
Poi, con rinnovate energie, simili a quelle che uova venute da altri mondi donavano ad anziane persone nel bel film “Cocoon, l’energia dell’universo”, ritorniamo nel nostro tempo più decisi a non deludere quelle speranze e quei sogni che traspaiono intatti da quei ritratti di luce.

Entra poco o niente la tecnica di scatto in tutto questo.

Quanto stupore ci assale quando scopriamo una vecchia foto dei nonni o bisnonni, stinte, sbiadite, impalpabili eppure così fresche di vita e di orgoglio. Quelle pose impettite, frutto di vere e proprie prove teatrali, ancorché tutte simili e innaturali, non sminuiscono i discorsi vitali che, simili alle nuvolette dei fumetti, volteggiano lievissimi nelle pupille dei protagonisti, eccessivamente  dilatate a causa di una prolungata immobilità, ma assolutamente non spente anzi, molto loquaci data anche l’eccezionalità dell’evento.

Spesso nei piccoli centri di provincia queste vecchie foto ghirlandano i vetri opachi di cristalliere d’epoca o sono lo sfondo di quadri dalle improbabili cornici che troneggiano in salotto o in camera da letto. Lei con il vestito classico dell’epoca, rigorosamente nero e lungo sino a terra, gonna ampia e pieghettata, grembiule dello stesso colore, interrotto da una camicia bianchissima dalle maniche sbuffanti e dal colletto abbottonato a collo alto. Lui con i baffi alla menjoù perfettamente allineati, il colletto della camicia dalle punte arrotondate, una cravatta nera stretta e corta e un abito scuro quasi mai perfettamente stirato non per l’incuria delle donne di famiglia quanto per l’usura e la scarsa qualità della stoffa. Lei seduta sulla classica sedia di paglia lui in piedi con il cappello appoggiato sull’avambraccio piegato a “u”.
Quanto amore sprizza da quel bianconero stinto, quanto orgoglio, quanta dignità per niente celata!

Dalla metà del secolo scorso hanno avuta sempre più diffusione i “filmini” come nuova modalità per ricordare eventi, occasioni importanti oltre che le inevitabili vacanze estive.
Certo, anche questo modo di fissare la realtà passata permette di rivivere momenti andati, ma sono rivissuti passivi ove si “assiste” a situazioni e ricorrenze senza alcun contributo personale di chi li guarda.

La fotografia costringe la nostra memoria, in concerto con la fantasia, a ricostruire dapprima mentalmente, e poi con il colorato linguaggio del racconto, momenti e situazioni da offrire a chi non li ha vissuti ma ha piacere di scoprirli, o anche a noi stessi, in una sorta di auto rappresentazione teatrale all’interno dell’anfiteatro della nostra amigdala là dove sorgono le nostre molteplici emozioni.

Buttare una foto è bruciare un momento di vita di qualcuno, si priva una o più vite di un istante che non sarà visivamente più recuperabile, si annulla un film, si spegne un riflettore, si azzera un vissuto. Teniamoci strette le nostre foto, fedeli compagne di tappe di vita altrimenti irraggiungibili.  

Sebastiano Zirpoli
Psicopedagogista nell’ambito della riabilitazione sociale.
Docente di Psicologia, UNITRE, Potenza.
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

Immagine di mangostock - Fotolia.com

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 12 Aprile 2012 15:31 )