Il disturbo di panico presenta un’incidenza nelle donne rispetto agli uomini di 2:1. Il primo attacco può comparire tra i 15 e i 19 anni e tra i 25 e i 30 anni. In Italia ben oltre un milione di persone ne è affetto.

L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice (di solito in 10 minuti o meno), ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente e da urgenza di allontanarsi. Esistono tre tipi caratteristici di attacchi di panico (AP):
1. AP inaspettati (non provocati): il soggetto non associa l’esordio dell’attacco con un fattore scatenante situazionale interno o esterno (cioè l’attacco di panico viene avvertito come spontaneo, a ‘‘ciel sereno’’);
2. AP causati dalla situazione (provocati): l’attacco si manifesta quasi invariabilmente, subito durante l’esposizione a, o nell’attesa di, uno stimolo o fattore scatenante situazionale (per es., un soggetto con fobia sociale che ha un AP al pensiero di parlare in pubblico);
3. AP sensibili alla situazione: sono simili a quelli causati dalla situazione, ma non sono associati allo stimolo e non si manifestano necessariamente subito dopo l’esposizione (per es., è più probabile che gli attacchi si manifestino durante la guida, ma alcune volte l’individuo guida e non ha un attacco oppure l’attacco si manifesta dopo aver guidato per mezz’ora). 

 

CARATTERISTICHE DIAGNOSTICHE

La caratteristica essenziale di un attacco di panico (AP) è un periodo preciso di paura o disagio intensi in assenza di un vero pericolo con almeno 4 sintomi somatici o cognitivi su 13:

1. palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia;
2. sudorazione;
3. tremori fini o a grandi scosse;
4. dispnea o sensazione di soffocamento;
5. sensazione di asfissia;
6. dolore o fastidio al petto;
7. nausea o disturbi addominali;
8. sensazioni di sbandamento, instabilità, testa leggera o svenimento;
9. derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi);
10. paura di perdere il controllo o di impazzire;
11. paura di morire;
12. parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);
13. brividi o vampate di calore.  

 

Caratteristica essenziale del Disturbo di Panico (DP) è la presenza di AP ricorrenti, inaspettati, seguiti da almeno 1 mese di preoccupazione persistente di avere un altro attacco, preoccupazione sulle possibili implicazioni o conseguenze o un significativo cambiamento di comportamento correlato agli attacchi.
Frequenza e gravità degli AP sono molto varie. Ad esempio, alcuni individui presentano attacchi moderatamente frequenti (per es., una volta a settimana), che si manifestano regolarmente per mesi. Altri riferiscono brevi serie di attacchi più frequenti (per es., quotidianamente per una settimana) intervallate da settimane o mesi senza attacchi o con attacchi meno frequenti (per es., due ogni mese) per molti anni.

 

Il panico può essere suddiviso in tre sottotipi, a seconda che prevalgano i sintomi respiratori, cardiaci o dissociativi:

1. La dispnea, legata a una disregolazione del sistema di riconoscimento del soffocamento, è un sintomo tipico del DP su base organica, cui si associano tachicardia, dolore toracico, senso di soffocamento e paura di morire.
2. Sintomi cardiaci con palpitazioni, tremori, vertigini, sudorazione intensa, paura di morire si associano, invece, a una più probabile evoluzione verso l’agorafobia.
3. I sintomi dissociativi con paura di perdere il controllo e derealizzazione, vertigini, depersonalizzazione, alterazione del senso del tempo sono più frequentemente associati ad altri disturbi di origine psicologica, con facile evoluzione in depressione e frequente associazione con abuso di sostanze.

 

Quando si verifica un AP:
• in situazioni stressanti: crisi famigliari, lutti, separazioni, crisi finanziarie;
• con l’uso di sostanze, per es. marijuana, caffeina, cocaina;
• nella stagione primaverile o estiva per un aumento del tasso di umidità.

Come termina un AP:
• fuga: ci si allontana dallo stimolo temuto e quindi l’ansia diminuisce;
• evitamento: non ci si espone alle situazioni temute ma anche …;
• abuso di ansiolitici prima di affrontare la situazione temuta;
• metodi forzati di distrazione (cuffie musica alta);
• uscire attuando rituali (respiratori, cellulare);
• affrontare le situazioni temute: non si muore, non si impazzisce, si vivono i sintomi e poi il panico si esaurisce.
Se l’AP avviene, il paziente constata come non si avverano le sue paure

 

ASPETTI BIOLOGICI DEL PANICO

I messaggi sensoriali sono trasmessi dai recettori esterni (occhi, orecchie, pelle) al talamo che fa una prima elaborazione dei segnali e invia i risultati alle aree specializzate del cervello. I modelli di risposta alla paura sono geneticamente programmati nel cervello umano.
Nella percezione degli stimoli esistono due strade: una “ strada alta” e una “ strada bassa”. La strada bassa è quella tramite la quale l’informazione sugli stimoli esterni raggiunge l’amigdala da percorsi diretti provenienti dal talamo, e la strada alta è formata da percorsi che vanno dal talamo alla corteccia e dalla corteccia all’amigdala.
Il percorso diretto talamo-amigdala è un percorso di elaborazione veloce, ma impreciso, che consente però di rispondere a stimoli potenzialmente pericolosi, prima di sapere esattamente che cosa siano.
È  probabile che questo percorso diretto sia responsabile delle risposte emotive che non capiamo. Cioè l’amigdala può reagire con un delirio di collera o di paura, prima che la corteccia sappia che cosa stia accadendo e questo proprio perché l’emozione grezza viene scatenata in modo indipendente dal pensiero razionale e prima che esso avvenga.

Ipotalamo: controlla molte delle nostre reazioni grazie al controllo sugli ormoni.
Tronco dell’encefalo: modula il battito cardiaco, la respirazione, la temperatura. Da quest’area partono i segnali di soffocamento che tanto spesso sono alla base dei tipici attacchi di panico.
Grigio periacqueduttale: sembra essere coinvolto nella valutazione della gravità della minaccia e dell’intensità dello stimolo. Può favorire reazioni di forte attivazione, di fuga o anche di blocco in caso di paura. Negli esseri umani può provocare la sensazione soggettiva di stare per morire.
Corteccia prefrontale: coinvolta nella risoluzione dei problemi e nella gestione dei rapporti interpersonali. È in gran parte responsabile dell’insorgere delle ideazioni irrazionali che affliggono la vita dei pazienti con DP. Consente di focalizzare l’attenzione verso stimoli emotivamente rilevanti e di giudicare l’efficacia del comportamento tenendo conto degli obiettivi e coordinando i complessi effetti delle emozioni e della motivazione.

 

MODELLO COGNITIVO DEL PANICO

Il modello di Clark (1986) spiega l’attacco di panico come risultato di un’interpretazione catastrofica di normali sensazioni fisiche o mentali, erroneamente considerate come segni di imminente disastro quale avere un attacco di cuore, svenire, soffocare, diventare pazzo. Tale interpretazione catastrofica, unitamente al costante stato di apprensione per gli stimoli provenienti sia dal proprio corpo sia dall’ambiente esterno, favorirebbe l’incremento dell’ansia dando il via al noto circolo della “paura della paura”.
Quando l’attacco di panico è avvenuto, intervengono almeno tre fattori a mantenere questa situazione:
1. attenzione costante e selettiva riguardo alle sensazioni corporee;
2. comportamenti protettivi associati alle sensazioni corporee;
3. evitamento.

Wells nel 1990 propone un modello modificato di Clark secondo il quale ogni stimolo, esterno o interno, che è giudicato minaccioso, produce ansia; questa a sua volta induce vari sintomi, somatici e cognitivi, che vengono interpretati dal soggetto in modo catastrofico, contribuendo così ad alimentare ulteriormente lo stato d’ansia e instaurando un circolo vizioso che si autoalimenta.


MECCANISMI DI PROTEZIONE ED EVITAMENTO

Questi meccanismi contribuiscono a mantenere l’attacco di panico in due modi:
1. riducono la possibilità di giungere a una disconferma delle proprie aspettative catastrofiche. Per es. chi interpreta un capogiro come segno di un imminente collasso, può subito aggrapparsi, appoggiarsi a qualcosa, sedersi, sdraiarsi, ecc. Poiché l’attacco di cuore non è avvenuto, questi meccanismi di difesa convincono il paziente del fatto che senza di esse il collasso sarebbe stato inevitabile.
2. peggiorano i sintomi somatici e cognitivi, rendendo più probabile il verificarsi della crisi come nel caso del senso di soffocamento, in cui la persona respira più affannosamente e va in iperventilazione.
Per identificare questo genere di difese ci si deve porre semplici domande: “ci sono situazioni che evito a causa dell’ansia?” “ho fatto qualcosa per evitare l’attacco di cuore?”  

 

PENSIERI E CONVINZIONI CHE ALIMENTANO L'ANSIA

Le emozioni e i comportamenti non sono determinati tanto dagli eventi, quanto piuttosto dalle modalità in cui il soggetto li interpreta: il ragionamento della persona che soffre di DP è caratterizzato da idee disfunzionali e da distorsioni cognitive.

distorsioni cognitive idee disfunzionali
astrazione selettiva paura di volare, di incidenti aerei
saltare alle conclusioni  sicuramente avrò un attacco di panico se vado in metropolitana
catastrofizzare non ce la farò
soprageneralizzare sono stato male in ascensore … starò male in ogni luogo chiuso
pensiero tutto o nulla quando inizio a sentirmi così poi sto sempre male

  

 

GESTIRE L’ANSIA CON LE TECNICHE DI RILASSAMENTO

Le principali tecniche utilizzate per il controllo dell’ansia sono:
training autogeno: consiste nel favorire il rilassamento corporeo, constatando la pesantezza iniziale del proprio corpo, seguita poi da sensazioni sempre più minute che si associano a stati di rilassamento profondo;
rilassamento progressivo di Jacobson: il rilassamento viene ottenuto facendo tendere e poi rilassare i muscoli seguendo una progressione ben definita. La persona viene aiutata a riconoscere la condizione di rilassamento.
esercizi di respiro controllato: respirazione diaframmatica profonda e lenta che consiste nel respirare attraverso il naso, rilassandosi e mantenendo la respirazione diaframmatica (in cui si innalza l’addome più che il torace) e mantenendo un ritmo di 8-12 respiri al minuto. 


GESTIRE L’ANSIA CON LE TECNICHE BASATE SULL’IMMAGINAZIONE

Indurre immagini catastrofiche: le immagini mentali hanno la capacità di indurre gli attacchi di panico solo se la persona le drammatizza, se le ha associate a uno stato di profondo malessere e se mostra di essere entrata nel circolo vizioso della “paura della paura”. Per es. le palpitazioni possono indurre l’immagine mentale del soggetto che sviene e che viene portato via dall’ambulanza.
Soppressione dell’immagine mentale: le persone che soffrono di AP a volte decidono di sopprimere le loro immaginazioni o di prendere le distanze dalle immagini mentali particolarmente temute, ma questo tentativo di difesa può invece, paradossalmente, aumentare la frequenza di queste immagini. Quindi può essere utile consentire a pensieri e immagini mentali di manifestarsi senza contrastarli, lasciandoli poi estinguere spontaneamente.
Modificazione delle immagini mentali: un altro modo per ridurre l’impatto emotivo delle immagini mentali catastrofiche consiste nell’utilizzo dell’esposizione nell’immaginazione, che consente di crearsi volontariamente le immagini mentali e di trattenerle in mente a lungo, fino ad annullare le risposte emotive. Questa esperienza può modificare le convinzioni patologiche e il significato attribuito ai sintomi indotti. Questo esercizio dimostra alla persona il suo ruolo attivo nell’origine di queste rappresentazioni mentali: così come se le crea può lasciarle andare.
Portare a conclusione le immagini temute: fornire una conclusione realistica e positiva della scena temuta. Spesso infatti le immagini catastrofiche si interrompono al loro punto peggiore.


AFFRONTARE LE SITUAZIONI CHE SUSCITANO ANSIA CON LE TECNICHE DI ESPOSIZIONE

La terapia comportamentale ha come obiettivo il cambiamento di specifici comportamenti per mezzo dell’esperienza. Nel corso della terapia la persona impara a identificare i luoghi e le situazioni che sta evitando e, attraverso una progressione graduale, riesce man mano ad affrontare le proprie paure e a ridurre i comportamenti di evitamento.
Non si nasce con la paura del tram o di parlare in pubblico; queste sono paure apprese, “condizionate” e come tali possono essere dimenticate, “decondizionate”.
Nel corso degli esercizi di esposizione si chiede al paziente di affrontare in modo controllato e sistematico gli stimoli temuti. La paura raggiunge il suo massimo quando si sta per affrontare una situazione ritenuta pericolosa, o nelle prime fasi dell’esposizione diretta. Se non si fugge, o non si evita l’esposizione, la reazione ansiosa si riduce spontaneamente e la persona può in seguito affrontare la stessa situazione senza ansia.
Le tecniche di esposizione possono essere considerate come occasioni fornite al paziente per modificare, oltre alle reazioni fisiologiche, anche aspetti cognitivi e affettivi. Prima di esporsi alle situazioni temute, il paziente inevitabilmente si immagina dei possibili esiti catastrofici. La smentita di queste aspettative costituisce un aspetto cognitivo importante delle esposizioni dal vivo. Nel corso di queste esperienze, il paziente avrà forti reazioni a livello organico: tachicardia, iperipnea, intensa sudorazione. Affrontare direttamente gli stimoli temuti consente, quindi, di fronteggiare quello che è il vero oggetto della sua paura, cioè l’attivazione delle proprie funzioni organiche. 

Piera Rosso
Psicoterapeuta - Psiconcologa
www.psicologi-psicoterapeuti.info

Immagine di Philippe Geenen - Fotolia.com

 

 

Bibliografia
F. Rovetto “Panico. Origini, dinamiche, terapie” ed. McGrow-Hill 2003 DSM –IV , Masson 2002.

  

 

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 12 Aprile 2012 20:54 )