Per Umanizzazione della Medicina si intende, semplicemente, il riportare al centro dell’interesse medico la Persona in tutta la sua dignità e completezza psicofisica.
Si riscoprirebbero così gli antichi valori culturali che avevano fatto della nostra mission una delle professioni più belle, affascinanti e difficili. 

Bella, perché è insito nella mente umana il desiderio di aiutare chi soffre, affascinante, poiché la malattia è sempre avvolta da un velo misterioso diverso da persona a persona e, difficile, in quanto si ha l’impressione di muoversi su di un terreno infido e inesplorato. Questi dovrebbero essere i sentimenti che accompagnano, tuttora, i medici insegnando, soprattutto, umiltà e rispetto nel rapportarsi con la Persona-Malata.
È l’Humanitas, il tratto che da sempre aveva caratterizzato la figura del medico "dal luminare al medico condotto”, fonte di conoscenze scientifiche il primo e pratiche il secondo.

Attualmente, queste figure magistrali sono scomparse e, certamente, è impensabile cercare di farle rivivere in un contesto tecnologico e specialistico sempre più frammentato. È fondamentale, comunque, ricordarle e portarle alla considerazione dei giovani medici.

La medicina è scienza o arte?

È la domanda che spesso la classe medica si pone. È scienza paragonabile alla matematica e alla fisica, precisa, fredda, universale, regolata da dogmi certi, oppure è un’arte in cui la componente umana, compresi gli errori, è sempre presente e preponderante in tutte le sue manifestazioni?
La soluzione di questo dilemma può apparire ininfluente invece è fondamentale per affrontare le nuove frontiere della medicina.
Alcuni anni or sono, durante un congresso,  fu chiesto a Mirko Grmek, grande storico della scienza, il suo parere a questo proposito. La risposta spiazzò l’uditorio: “la medicina è semplicemente tecnica”.

Il rapporto medico-paziente

La generazione di medici formatisi nel ‘900 ha visto via via mutare il modo di rapportarsi nei confronti dei pazienti: dall’autoritario quasi sciamanico, al paternalistico con “pacca sulle spalle” e, infine, all’attuale approccio tecnocratico in cui prevale il rapporto con le macchine (ECO – TAC – RM – PET …) più che con il paziente.
L’Umanizzazione della Medicina dovrebbe riportare in parametri più umani questi rapporti: non autoritario ma autorevole, non paternalistico ma partecipativo, non tecnocratico ma professionale con una propria etica che porti a un contatto paritario tra la Persona-Paziente e la Persona-Medico.

È questo il concetto di base che deve essere tenuto in considerazione dalle nuove generazioni di medici, inebriati dagli enormi progressi delle tecniche diagnostiche che svelano anche le patologie più difficili e recondite, ma che allontanano inesorabilmente dalla persona-malata che, proprio in quanto tale, ha bisogno del contatto umano.

Empatia

Scrive, giustamente, Ignazio Marino nel suo libro “Credere e curare”: il paziente desidera che il medico lo tocchi… gli metta una mano sulla pancia… lo faccia tossire…. Parole crude dette da un medico vissuto a lungo negli USA in un ambiente altamente tecnologico ma che non ha dimenticato gli studi umanistici e la nostra cultura.

Questo è il giusto approccio che crea il rapporto empatico e, di conseguenza, la fiducia del paziente che attualmente si sta perdendo!
L’inutilità della visita medica e, quindi, della semeiotica, vale a dire lo studio teorico e pratico dei sintomi è, ormai, quasi un assioma: a che cosa serve auscultare (uso volutamente questo termine aulico) un polmone quando una radiografia o, addirittura, una TAC a spirale ti dice tutto in pochi secondi?
Le risposte potrebbero essere molteplici ma può bastare un breve esempio personale. Chiamato a casa da un paziente con febbre alta riscontro un focolaio di broncopolmonite.
Il medico di base, per la prescrizione dei giorni di riposo per malattia, gli chiede: “ma come ha fatto a dire che c’è un focolaio senza la radiografia?” Risposta semplice del paziente: “mi ha visitato!”

Quando ai congressi affronto questi temi, sono visto quasi come un visionario, innamorato della figura romantica del medico de “La Cittadella” di Cronin (2). Ma i giovani medici non si rendono conto che sta loro sfuggendo di mano l’essenza della medicina che non risiede solo nell’ultimo sofisticato apparecchio diagnostico né nella recentissima scoperta genetica, ma anche nell’eterno confronto uomo-uomo.

Di questo cambiamento interiore della classe medica si rendono ben conto i pazienti, sempre più insoddisfatti e insicuri, sempre più oberati di esami, talvolta inutili, sempre più curati high tech e sempre meno high touch.

 

Gianni Baiotti
Già Primario di Medicina Interna, Ospedale Molinette di Torino.
Libero Docente in Semeiotica Medica.
Docente di Corsi di Umanizzazione della Medicina.
Docente di Cultura Medica all’UNITRE di Torino e di Collegno.
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Immagini: Jashin - Fotolia.com

 

 

 

 

 

 

1. Ignazio Marino. Credere e curare. Giulio Einaudi Editore. Milano, 2005.
http://www.einaudi.it/libri/libro/ignazio-r-marino/credere-e-curare/978880617980

2. Joseph a. Cronin. La Cittadella. Bompiani. Milano, 2000.
http://bompiani.rcslibri.corriere.it/libro/4682_la_cittadella_cronin.html

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 12 Aprile 2012 20:45 )