Vi è capitato di fare buca per strada anziché in un campo da golf? Niente paura. Anche se il manto stradale italiano è una groviera e alcune voragini sembrano faccende più da speleologi che da avvocati, il danno può essere risarcito. Pertugi, macchie d’olio, tombini rialzati o lavori in corso non opportunamente segnalati rischiano ogni giorno di farci sbandare o perdere l’equilibrio: a piedi, possono derivare lesioni personali più o meno gravi, che coinvolgono soprattutto le persone più anziane o con difficoltà motorie, mentre a bordo di auto, biciclette o motorini si aggiungono danni a ruote, sospensioni e veicoli.

«La responsabilità per omessa manutenzione stradale, a cui faccia seguito un sinistro, ricade sulla pubblica amministrazione proprietaria della strada, ovvero Comune, Provincia o, nel caso di strada statale, l’Anas quale ente  gestore», chiarisce l’avvocato Domenico Intagliata, esperto in infortunistica e responsabilità da circolazione stradale.

Cosa dice la legge

Per anni, in materia, la giurisprudenza ha applicato l’articolo 2043 del codice civile, che obbliga la pubblica amministrazione a esercitare un ruolo di controllo e vigilanza perché la strada non comporti situazioni di pericolo occulto. In sostanza, la colpa ricadeva su Comune, Provincia o Anas solamente quando l’insidia era non visibile e non evitabile con la normale diligenza.

«In caso di sinistro, era particolarmente oneroso per il danneggiato ottenere il risarcimento del danno, perché doveva provare, oltre al nesso di causalità e al danno ingiusto, anche la colpa della pubblica amministrazione per omesso controllo della strada».

Negli ultimi anni, si è assistito a un’inversione di tendenza da parte dei giudici: la pubblica amministrazione viene equiparata a un custode privato e, in base all’articolo 2051 del codice civile, è ritenuta responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito. L’onere probatorio non è più a carico del danneggiato, che deve solamente provare di aver subito un danno a causa di un’insidia sulla strada.

«Spetta alla pubblica amministrazione dimostrare di non aver potuto fare nulla per evitare l’evento, a causa di una situazione improvvisa e imprevedibile».

Cosa fare

La regola generale è: tenere gli occhi aperti.

«Se è vero che le leggi esistono, sono tanti i cavilli che possono rendere inefficace la nostra richiesta di risarcimento: i sinistri avvenuti in orari diurni sono più difficili da dimostrare rispetto a quelli serali, così come di notte è più facile provare il pericolo su una strada priva di illuminazione pubblica».

Se il danno avviene a metà carreggiata, al pedone potrebbe essere contestato l’uso della strada al posto del marciapiede, al ciclista il mancato utilizzo della pista ciclabile e al conducente di un motorino l’inosservanza della regola di mantenersi il più possibile sul margine destro.

«In tutti questi casi, il giudice potrebbe decidere di applicare il concorso di colpa, decurtando il nostro risarcimento».

Se nonostante la prudenza si rimane vittima di un incidente o un infortunio, è bene avvisare subito la polizia locale (o un’altra autorità disponibile, come vigili urbani e carabinieri) per ottenere un verbale scritto che descriva nel dettaglio l’accaduto e le condizioni della strada.

«In mancanza di intervento delle autorità, è sempre opportuno raccogliere eventuali fotografie del dissesto stradale e individuare alcune persone presenti al momento del sinistro, disposte a testimoniare sui fatti». Dopo aver acquisito il preventivo o la fattura di riparazione del veicolo, oltre alla documentazione medica in caso di lesioni personali, possiamo rivolgerci a un avvocato esperto del settore per essere tutelati.

«L’entità del risarcimento per i danni ai veicoli viene calcolata in base al preventivo di riparazione, mentre per il danno non patrimoniale alla persona si applicano apposite tabelle di liquidazione, elaborate dal Tribunale di Milano».

Intervista di Paola Rinaldi
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Immagine di GPeshkova - Fotolia.com

 

 

 

Buche stradali
La legge e la giurisprudenza

Il codice della strada statuisce, all’art. 14, che “gli enti proprietari delle strade, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, provvedono: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; b) al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze; c) alla apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta”.

Per anni, la giurisprudenza, nei casi in cui era chiamata a rispondere la P.A. per cattiva manutenzione della rete stradale, ha ritenuto di dover escludere l’applicabilità dell’articolo 2051 del codice civile (che regolamenta la responsabilità del custode per i danni cagionati dalle cose in custodia), tendendo tradizionalmente in tali casi ad applicare il principio del neminem laedere sancito dall’articolo 2043 del codice civile. Tale limite derivava dal fatto che trattandosi di bene demaniale sul quale è esercitato un uso ordinario generale e diretto da parte dei cittadini, tenuto anche conto della sua notevole estensione, fosse astrattamente ipotizzabile l’impossibilità per la P.A. di svolgere un adeguato controllo sulla res.

In virtù dell’applicabilità dell’art. 2043 c.c., piuttosto che dell’art. 2051 c.c., l’ente proprietario era tenuto a far sì che l’opera demaniale non presentasse per l’utente una situazione di pericolo occulto evidenziata dal carattere oggettivo della non visibilità e da quello soggettivo della non prevedibilità del pericolo. Stando così le cose, diveniva particolarmente oneroso per il danneggiato ottenere il risarcimento del danno, ricadendo ingiustamente sul medesimo l’onere di provare, oltre al nesso di causalità e al danno ingiusto, anche l’esistenza dell’insidia non visibile e non prevedibile.

Negli ultimi anni, si è assistito a un’inversione di tendenza da parte dei giudici: la pubblica amministrazione viene equiparata a un custode privato e, in base all’articolo 2051 del codice civile, è ritenuta responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito.

L’applicabilità dell’art. 2051c.c. non è, a differenza di prima, automaticamente esclusa allorquando si tratti di responsabilità della P.A. a causa delle peculiarità del bene demaniale (uso ordinario generale e diretto da parte della collettività ed estensione). Queste caratteristiche del bene infatti, quando ricorrono congiuntamente, rilevano soltanto come circostanze che - in ragione dell’incidenza che abbiano potuto avere sull’espletamento della vigilanza connessa alla relazione di custodia del bene - possono assumere rilievo sulla base di una specifica e adeguata valutazione del caso concreto, ai fini dell’individuazione del caso fortuito e, quindi, dell’onere che la p.a. (o il gestore) deve assolvere per sottrarsi alla responsabilità, una volta che sia dimostrata l’esistenza del nesso causale.

Il controllo continuativo delle condizioni dei beni demaniali rientra negli obblighi (istituzionali) di manutenzione ordinaria, dai quali l’ente locale o il gestore non può esimersi, tant’è che la corte di legittimità ha ritenuto applicabile l’art. 2051 c.c. persino alle autostrade, e ciò in considerazione che le grandi dimensioni del demanio stradale non impediscono all’ente proprietario la possibilità di svolgere un’adeguata attività di vigilanza, che sia in grado di impedire l’insorgere di cause di pericolo per gli utenti.

La giurisprudenza più recente non solo ha ribadito l’applicabilità dell’art. 2051 c.c., ma ha anche confermato il carattere oggettivo di detta responsabilità. Questo alleggerisce l’onere probatorio a carico del danneggiato, il quale deve solamente offrire la prova del nesso causale fra la cosa in custodia alla P.A. e l’evento lesivo nonché dell’esistenza di un rapporto di custodia relativamente alla cosa. Spetta poi alla pubblica amministrazione dimostrare l’esistenza di un fattore estraneo che, per il carattere dell’imprevedibilità e dell’eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso di causalità, ovvero il caso fortuito, in presenza del quale la responsabilità del custode è esclusa. In altre parole, l’ente pubblico custode dovrà dimostrare di non aver potuto fare nulla per evitare l’evento, e ciò si verifica solo quando la situazione che provoca il danno si determina non come conseguenza di un precedente difetto di diligenza nella sorveglianza del bene in custodia, ma in maniera del tutto improvvisa ed imprevedibile.

E’ opportuno anche ricordare che, secondo la Corte di Cassazione, l’eventuale affidamento della manutenzione stradale in appalto alle singole imprese non sottrae comunque la sorveglianza ed il controllo alla P.A. per assegnarli all’impresa appaltatrice. L’esistenza di un contratto di appalto non vale affatto ad escludere la responsabilità del Comune committente nei confronti degli utenti delle singole strade ai sensi dell’art. 2051 c.c.

 

Domenico Intagliata

Avvocato, esperto in Infortunistica e Responsabilità da Circolazione Stradale 
Studio Legale Rovacchi Intagliata & Associati
www.rovacchiintagliata.it 
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Ultimo aggiornamento ( Domenica 01 Luglio 2012 13:43 )